Quell’artigianato fiorentino che fino dal Quattrocento aveva dato tanto lustro alla città e che ancora oggi apprezziamo, aveva invece irritato a tal punto Giovanni Papini da indurlo a scrivere nel 1913 un Contro Firenze. Le sue intenzioni sposavano in realtà le nuove correnti dell’arte, in un tentativo di svecchiamento di quella Firenze ancora di provincia e un po’ vecchiotta, insomma contro la retorica della “antica grandezza”.

 

L'artigianato fiorentino - La Firenze degli artigiani

Un primo segno della passione di Firenze per l’artigianato, di cui Diladdarno è capitale nella capitale, lo si raccoglie passeggiando nelle viuzze dalle parti di piazza dei Pitti, dove è tutt’altro che insolito notare davanti alle botteghe mobili vecchi esposti per l’asciugatura prima di essere riverniciati. A Firenze, le botteghe hanno notevole importanza tanto storica quanto culturale. La bottega è un ambiente che a Firenze è rimasto intatto anche nello spirito.

Orafi incisori, bronzisti e intagliatori lavorano tuttora in quella raccolta solitudine fatta di concentrazione, ma anche di stretti contatti con la vita di quartiere. E se quasi in accordo con quel che scrisse Papini fu modesto il segno lasciato dalle innovazioni dell’arte novecentesca – che però si affacciarono anche nell’artigianato per esempio con i lavori di Gio Ponti per le ceramiche Richard Ginori – pure lo spirito fiorentino non ha rinchiuso nel dimenticatoio le proprie tradizioni. Solo per dirne una, le tecniche di lavorazione del legno che formarono uno dei bagagli di questa sapienza artigiana della tradizione, come doratura, intarsio, laccatura e intaglio, hanno saputo tradursi nel talento degli odierni restauratori, in accordo con un mercato diverso, legato ormai non soltanto ai secoli più antichi.

L'artigianato fiorentino - Il quartiere Oltrarno

Così, e siamo proprio a Oltrarno, al numero 5 r ( la “r” sta per “rosso”, perché nel centro di Firenze il sistema di numerazione alterna il rosso con il nero così da ottenere la duplicazione dei numeri) di piazza Santo Spirito ha cominciato a lavorare dal 1945 Alfonso Bini – ma la bottega esiste dal 1887 a nome della famiglia Filippi - per vedersi affiancato nel 1957 da Luciano, poi nel 1963 da Roberto e dal 1988 anche da Davide Bini.
Modellano con scalpelli di varie fogge i legni teneri per dare vita alle loro produzioni più tipiche, le forme per cappelli. E fra i legni il tiglio sembra il migliore, perché il feltro, adattato ancora umido al modello per restarci fino all’asciugatura, non riesce a deformarlo come accade con altri tipi di legno. È un’attività molto rara, e in Europa solo a Düsseldorf e Parigi esistono botteghe del genere. Troviamo, sempre a Oltrarno, la lavorazione del cuoio e delle pelli, da Giampaolo Taddei. Attiva dal 1928 la sua bottega fabbrica piccola pelletteria in cuoietto fiorentino.