Nell'Italia dei Cento Campanili, caratterizzata da una notevole frammentazione culturale e da una varietà infinita di usi, costumi e tradizioni, legati e connessi alle diverse realtà regionali, il folclore deve necessariamente essere visto e considerato in un ambito territoriale limitato perchè, richiamando e interpretando tradizioni arcaiche provenienti dal popolo, riguardanti usi e costumi popolari, spesso legati a leggende o a danze tipiche, e tramandate oralmente, fanno spesso riferimento ad una determinata area geografica e a una determinata popolazione.

Sin dal 1878, il termine folklore (o folclore) è stato accettato dalla comunità scientifica internazionale per indicare le forme, contemporanee, di aggregazione sociale incentrate sulla rievocazione di antiche pratiche popolari ovvero tutte quelle espressioni culturali comunemente denominate tradizioni popolari, dai canti alle superstizioni, alla cucina, che due secoli prima Giambattista Vico definiva come "rottami di antichità". Ma il termine era stato già coniato, nel 1846, dall'antropologo William John Thomas che, in un articolo pubblicato sul giornale londinese The Athenaeum esprimeva la necessità di trovare un vocabolo che potesse unificare e comprendere tutti gli studi sulle tradizioni popolari inglesi. In Italia un primo vero avvio dello studio sulle tradizioni popolari e quindi sul folclore si ebbe durante l'epoca napoleonica con un' inchiesta avviata tra il 1809 e il 1811 sui dialetti e i costumi delle popolazioni del Regno d'Italia allo scopo principalmente di individuare ed estirpare pregiudizi e superstizioni ancora esistenti nelle campagne del Bel Paese. Gli atti dell'inchiesta si trovano adesso nel Castello Sforzesco di Milano. Ma come in Italia fosse, e forse ancora lo è, accentuata la frammentazione culturale e quindi la varietà degli usi e delle tradizioni popolari locali, è stato evidenziato dal susseguirsi di inchieste condotte successivamente nelle varie regioni proprio por mettere in luce i diversi aspetti delle tradizioni e delle pratiche popolari.

Tra il 1835 e il 1856 fu don Francesco Lunelli a indagare sulle tradizioni del Trentino e dell'allora Dipartimento dell'Alto Adige, che non erano stati presi in considerazione dall'inchiesta napoleonica in quanto territori all'epoca non aggregati al Regno d'Italia, soffermandosi principalmente sui proverbi riguardanti le donne. Ma la prima opera per importanza e completezza fu il trattato pubblicato a Forlì nel 1818 dal romagnolo Michele Placucci sugli "Usi e pregiudizi dei contadini di Romagna". Vi si legge, tra l'altro, che i contadini romagnoli usavano mangiare fave il 2 novembre, giorno dei Morti, perchè comunemente si riteneva che la pianta avesse il potere di rafforzare la memoria, così che nessuno dimenticasse i propri defunti. Altra tradizione arcaica riportata dal Placucci è quella di confezionare il ripieno dei cappelletti privo di carne.

L'opera di Placucci fu la prima di una lunga serie di altri trattati dedicati alle diverse regioni d'Italia. Ma l'intellettuale che ha dato origine allo studio sistematico, su base scientifica, del Folklore italiano, fu il medico palermitano Giuseppe Pitrè che, dopo aver dato alle stampe la "Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane", ha realizzato nel 1894 un'opera editoriale insuperabile (per ricchezza di informazioni), la "Bibliografia delle tradizioni popolari italiane" e la "Rivista Archivio per lo studio delle tradizioni popolari", pubblicata ininterrottamente dal 1882 al 1909. E fu proprio il Pitrè ad ottenere per primo, nel 1911, a Palermo, una cattedra universitaria per lo studio delle tradizioni popolari, sotto il nome di Demopsicologia.Questo tipo di studi, durante il fascismo, fu utilizzato inizialmente per rafforzare il mito romantico e medioevaleggiante del Popolo legato alla propria terra e alla tradizione, poi per creare "il popolo" a livello nazionale, cercando di unificare, con l'azione dell'istituto del dopolavoro, le tradizioni locali.Di grande impatto, dopo la seconda guerra mondiale, è stata la pubblicazione delle "Note sul folklore", contenute nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci.

Particolarmente apprezzate le ricerche folcloristiche italiane condotte da Ernesto De Martino su temi legati alle realtà regionali ("Morte e pianto rituale", "Sud e magia", "La terra del rimorso"), che avevano come oggetto classi sociali considerate fuori dalla storia, i contadini del sud Italia, con il dichiarato obiettivo di utilizzare le tradizioni popolari come elemento fondante di una futura coscienza di classe.Le tradizioni popolari, le rappresentazioni rituali, i dialetti e le lingue dimenticate, che Ernesto De Martino definiva "Mondo Magico", che raccontano il mondo sacro e quello profano e ricordano i riti, le feste, la musica e le canzoni, i misteri della vita e della natura, le guerre, gli amori, le leggende, la nascita e la morte, rappresentano un'eredità tutta nostra da custodire e non dimenticare, che finalmente in Italia sarà tutelata come patrimonio dell'umanità, grazie alla ratifica di due convenzioni Unesco, una sulla Diversità Culturale, l'altra sui Beni Intangibili. Fanno parte dei beni mondiali da proteggere alcune espressioni di alto folclore italiano come il Canto a Tenores sardo o l'Opera dei Pupi siciliani, il Palio di Siena o la festa dei Ceri di Gubbio. Ma già alcuni esempi di tradizione popolare sono inseriti in una lista mondiale dell'Unesco che ogni anno identifica pezzi di memoria collettiva da conservare e salvare dall'oblio. Tra questi, accanto al famoso Canto a Tenores, l'espressione musicale tra le più arcaiche della Sardegna, in cui quattro cantori disposti a cerchio compiono delle vere e proprie acrobazie musicali con il semplice uso della voce, figura il Teatro dei Pupi siciliani, con quelle marionette uniche e coloratissime che ancora oggi rievocano l'Orlando Furioso e la Gerusalemme Liberata. Ma, pur essendo l'Italia uno dei paesi più ricchi al mondo sul fronte delle tradizioni, noi arriviamo quasi ultimi nella tutela di questi "Beni Immateriali", se pensiamo che già da anni la Corea possiede un catalogo dei "beni viventi", che classifica come "bene culturale" una famosa sciamana. In ogni caso, la classificazione dell'Unesco avrà una ricaduta molto positiva nel restituire al folklore italiano la sua vera natura di "archeologia vivente", non soltanto turistica e non soltanto da cartolina. Non bisogna dimenticare comunque che esistono molte zone in Italia dove il "patrimonio immateriale" è assai più tutelato di quello materiale. Come, ad esempio, alcune processioni del Sud, come i Flagellanti di Guardia Sanframondi o il pellegrinaggio al Santuario della Madonna dell'Arco a Santanastasia, le rappresentazioni della Pasqua in Campania o la Festa di Santa Rosalia a Catania, dove non c'è famiglia residente, ancor più se emigrata, che non si tassi per mantenere viva la tradizione.

Rosanna Fudoli