Lo stoccafisso all'anconetana merita l'onore dell'Accademia, che ne tutela la qualità e l'appartenenza alle ricette marchigiane. Il sodalizio consiglia la specie 'Ragno', non a caso tra le più rare e costose, anche se ugualmente adatta alla cucina marchigiana è la qualità Wreste, purchè stagionata al punto giusto. A voler seguire i sacri crismi, lo stoccafisso si deve immergere nell'acqua e tenere in frigorifero per almeno cinque - sei giorni, cambiando l'acqua sei - sette volte al giorno. Un tempo, prima di metterlo a bagno, lo si batteva con un legno fino a renderlo più morbido e meno stopposo.
Per chi vuole cimentarsi con questo piatto tipico delle Marche, ecco gli ingredienti così da coglierne, per esempio, le differenze con il baccalà alla vicentina: stoccafisso, prezzemolo, maggiorana, carote, pomodori, sedano, patate a pasta gialla, cipolla, burro, aglio, vino bianco verdicchio, rosmarino, sale e pepe macinato al momento, capperi dissalati, olio extravergine di oliva, acciughe dissalate, brodo vegetale.
La storia dello stoccafisso, una leccornia dei prodotti tipici marchigiani, parte dalle isole Lofoten, arcipelago a nord del Circolo Polare Artico, dove il 6 gennaio 1432 il nobile commerciante veneziano Pietro Querini si arenò a causa di una burrasca. Trovato, per fortuna, un pesce enorme, i naufraghi lo cucinarono sulla spiaggia facendo un grande falò, che attirò gli abitanti dell'isola di fronte. Ospitati da loro, i veneziani scoprirono l'esistenza di pesci che induriscono come il legno e seccano al sole e al vento senza sale, usati dai pescatori norvegesi come merce di scambio. A ricordo di quell'incontro straordinario, nel 1932 fu installato alle isole Lofoten un monumento come segno secolare delle relazioni gastronomiche e culturali italo – norvegesi. Attualmente, l'arcipelago è il numero uno per produzione di stoccafisso nel mondo e l'Italia il più grande importatore.
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www.accademiadellostoccafisso.com