Como, il magnano è da sempre, e prima di tutto, colui che lavora appunto con le mani. Ma non solo: il magnano incarna infatti la figura caratteristica di un artigiano molto particolare, che svolgeva la sua attività in forma itinerante. Un emigrante stagionale, insomma, un ambulante che, partendo dai monti al confine con la Svizzera, portava il suo antico mestiere in giro per la Lombardia, dalla bergamasca alla Brianza fino al lodigiano.
Ramaio, calderaio, stagnino… In ogni paese in cui andava il magnano si sentiva chiamare con nomi diversi, ma lui, infaticabile quanto abilissimo saldatore, non batteva ciglio: eleggeva a temporanea bottega un angolo della piazza del paese in cui era giunto, tirava fuori la sua fucina portatile a carbone e poi si metteva a disposizione delle donne che, invariabilmente, gli portavano pentole e catini, secchi da aggiustare, paioli in rame da stagnare, recipienti ammaccati da ribattere e livellare.
Alacre e creativo, tra una riparazione e l'altra il magnano tirava fuori la sua lamiera di ferro dolce e con gesti veloci e precisi creava imbuti, padelle, secchi, caffettiere che rifiniva sui bordi con stagno fuso.
Poi, quando aveva finito le riparazioni e venduto tutto quello che poteva vendere, il magnano raccoglieva le sue cose e partiva verso un nuovo paese. Lo si vedeva arrivare da lontano, chino sotto il peso della 'trida', la tipica cassetta di legno del magnano: lo scrigno che conteneva martello, mazzuola, forbici, tenaglie, mantice, stagno, la piccola incudine d'acciaio e tutti gli altri attrezzi indispensabili al suo mestiere.
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